venerdì 31 gennaio 2014

Tante cose... da sistemare!!!



«Quindi» esordì Davide, gettandosi sul letto «L’idea è quella di cenare tutti insieme a casa di nonno, per il suo compleanno»
«Festa a sorpresa?»
volle sapere Melania, stendendosi accanto a lui.
«Mmm no… non proprio… credo mamma gli abbia chiesto il permesso»
«Oh, peccato… adoro le feste a sorpresa»
replicò dispiaciuta.
«Me ne ricorderò tra un paio di mesi…»
«Non osare» lo bloccò «Adoro le feste a sorpresa degli altri! Io ci tengo a sapere esattamente dove, come e quando verrò festeggiata! Devo prepararmi!»
«Psicologicamente?»
«Esteticamente!»
«E come fai con le liste di attesa?»
domandò serio lui.
«Quali liste d’attesa?»
«Quelle della clinica dove ti dovrai rinchiudere per renderti presentabile!»
Melania ci mise qualche secondo a realizzare la battuta, spalancò la bocca senza riuscire a replicare.
Davide la fissò sbalordito.
«Oh mio dio! Ci sono riuscito!» esclamò «Sono riuscito a toglierti la parola!»
Si alzò dal letto saltellando ed agitando i pugni in aria, in segno di vittoria. L’amica, ancora seduta e a bocca spalancata, afferrò un cuscino e glielo scagliò contro, colpendolo in testa.
«Mi hai colto alla sprovvista! Non capiterà mai più! Sappilo!»
disse, puntandogli contro un dito.
Davide smise di saltellare e tornò sul materasso, ancora sghignazzante.
«E dai Mela… fammi illudere!»
«Oh, illuditi… illuditi pure… non si dica in giro che sono una infrangi-illusioni altrui… a proposito di illusioni infrante…»  si morse il labbro inferiore «Tuo cugino Lorenzo?»
«Cosa vuoi sapere?»
«Tutto! Voglio dire: si è presentato pesto e al verde, si è nascosto da te per… quanto? Due settimane?!? E poi è sparito… non doveva iniziare a lavorare con te al ristorante?»
Davide fissò il soffitto e sospirò.
«Quel ragazzo è un disastro…» commentò «Non so cosa gli sia capitato… non era così…»
«Così, come?»
si incuriosì Melania, mettendosi su un fianco e piegando il braccio sotto la testa.
Lui sbuffò e pensò a cosa dire.

Aveva un’immagine ben precisa del cugino: allegro, spavaldo, sognatore.
Gli anni lontano da casa avevano lo cambiato in qualche modo. In quelle settimane che era rimasto da lui, Lorenzo aveva indossato bene la maschera, fingendosi lo stesso di sempre, ma c’era qualcosa di diverso, di cupo in lui. Davide poteva vederlo negli occhi opachi e nel sorriso forzato. Era come se la vitalità di un tempo gli fosse stata risucchiata via dalle vene.

Melania pungolò con l’indice il petto di Davide.
«Hey! Parlo con te: “così” come?»
ripeté.
L’uomo scosse la testa e provò ad esprimere  il suo pensiero.
«Così… spento» disse infine «Ride, fa battute… parla di sé come se fosse il re del mondo… ma c’è qualcosa di spezzato in lui… non te lo so spiegare…»
«No… credo di aver capito, invece… è un po’ quello che è successo a te…»
Davide girò di scatto la testa verso l’amica e corrugò la fronte, spiazzato.
«A me? Che c’entro io!»
«C’entri, Davide… tu c’entri sempre!»
sbottò lei.
Si mise seduta a gambe incrociate e si agganciò agli occhi di lui.
«Non so come vedi tuo cugino… ma la descrizione che mi hai fatto, somiglia tanto a quello che vedo quando guardo te…»
«Mela…»
provò ad intervenire.
«No!» lo bloccò «Fammi finire!»
Davide chiuse la bocca ed ascoltò.
«Oramai è da un po’ che ti osservo… soprattutto quando non pensi che ti stia guardando… ed è in quei momenti che vedo quanto sei triste. Ho sperato me ne parlassi, ho sperato ti confidassi… ma non lo hai fatto, quindi te lo chiedo io: che succede? Se non vuoi dirmelo, va bene… ma assicurami che non è nulla di grave… assicurami che è una cosa passeggera!»

L’uomo fissò l’amica incapace di proferire parola.
Aveva ragione lei: era triste.
Lo era da tempo oramai, una tristezza che gli si era attaccata alla pelle, all’anima. Una tristezza di cui non si poteva liberare.
Si sollevò adagio sul materasso e si fissò le mani.
«Mela… io… io non lo so se è una cosa passeggera… sicuramente non è grave, ma…»
La donna allungò una mano e toccò la spalla di Davide.
«Ok… va bene, quando ci capirai qualcosa anche tu, me ne parlerai…»
«Da quando sei diventata così saggia?»
scherzò lui.
«Hey! Aver preso poche decisioni sagge, non fa di me una persona non saggia!»
replicò stizzita.
Davide rise.
«Ma ti ascolti quando parli?»
«Mai! Per quello ci sei tu!»
«Vieni qui, scema»
La tirò a sé e l’abbracciò. Affondò il naso nel collo di lei e ne inalò il profumo fruttato.
«Ci vieni con me?»
le chiese, senza sollevale il volto.
«Dove?»
domandò lei, ancora stretta a lui.
«Alla cena per il nonno» spiegò «Non mi va di andarci da solo…»
«Ci sarà tutta la tua famiglia… non sarai solo…»
«Senza di te, sarò solo…»
insisté lui.
Melania sorrise e rispose:
«Ti stai rammollendo, DeFerlo!»
«Non rovinare il momento!»
la rimproverò bonariamente.
Si sciolsero dall’abbraccio e tornarono a chiacchierare.

Le buste della spesa erano stracolme e con i nuovi sacchetti biodegradabili era impossibile sperare di arrivare a casa senza perdere qualcosa per strada. Elena era solita portarsi in borsa i sacchetti di tela, ma quel pomeriggio li aveva dimenticati. Le capitava sempre più spesso di dimenticare le cose. In realtà non le dimenticava, ma la sua mente si attaccava ad altri pensieri, più importanti delle buste di tela.
Nonostante il freddo pungente iniziò a sudare. Desiderò non aver indossato la sciarpa pesante di lana nera, ma ormai era tardi e mancava poco per arrivare a casa.
A pochi passi dalla meta, però, una delle buste farlocche si strappò nella parte inferiore facendo rotolare fuori tutto il contenuto. Si trattenne dall’imprecare ad alta voce e si affrettò a raccogliere prodotti sparsi sul marciapiede umido.
«Dovrebbero arrestare chiunque abbia inventato queste diavolerie»
La voce femminile giunse alle orecchie di Elena, causandole brividi lungo la schiena. Era da più di un anno che non la sentiva. Rallentò il recupero frenetico del cibo e sollevò lo sguardo sulla figura che si stagliava alta e scura sopra di lei.
«Melania…»
sussurrò, tra spavento e sorpresa.
«Ti serve una mano?»
chiese la donna spuntata dal passato.
«S-sì… grazie»
balbettò Elena.
Melania si abbassò e raccolse il resto dei prodotti.
«Come stai, Elena?»
le chiese.
«Bene… e tu?»
«Mmm… non c’è male…»
Le due donne si sollevarono con le braccia piene di ogni sorta di generi alimentari.
«Abiti sempre al 22?»
domandò.
Elena annuì, recuperò il resto delle buste ancora integre fece strada.
«È capitato anche a me un paio di volte… ma io compro poche cose, me la sono cavata ficcando tutto in borsa»
proruppe Melania.
«Oh… in genere mi porto dietro le buste di tela… ma oggi le ho dimenticate…»
si giustificò la donna.
«Buste di tela… a questo non avevo pensato!» commentò «Eccoci qua»
concluse, fermandosi di fronte ad un vecchio portone dalla vernice rossa, scrostata.
Elena tirò fuori dalla tasca del cappotto le chiavi.
«Per fortuna c’è l’ascensore…»
disse timidamente.
«Già! Un lusso mica da ridere!»
Si scambiarono un sorriso impacciato e salirono all’ultimo piano del palazzo.

L’odore di cioccolata invase le narici di Melania che ne inspirò l’odore dolce e pungente, facendole venire l’acquolina in bocca.
«Mmmh… che odorino! Ti sei data ai dolci?»
domandò, poggiando le scatole di cibo che aveva tra le braccia sul tavolino del salotto.
«Oh… solo dei friandes che ho fatto a tempo perso…» rispose «Vuoi assaggiarli? Magari con una tazza di caffè?»
chiese ansiosa Elena.
«Non dico mai di no al caffè, e non dirò mai di no ai dolci! Sono tua!»
fece allegra.
Elena annuì.
«Fammi mettere a posto la spesa ed arrivo…»
«Ti do una mano?»
si offrì.
«Oh, no! Davvero… accomodati, faccio in un attimo!»
Recuperò il cibo lasciato sul tavolino e sparì in cucina.

Rimasta sola, Melania si guardò intorno.
Tutto sembrava rimasto uguale all’ultima volta che era stata lì: era una sera d’autunno ed Elena e Davide l’avevano invitata a cena, avevano scherzato  sui suoi assurdi appuntamenti ed avevano guardato un film.
Sembrava trascorsa un’eternità.

«Eccomi…»
La voce di Elena la fece trasalire.
«Scusa… non volevo spaventarti…»
«Figurati, mi ero persa in un ricordo…»
La tranquillizzò. La donna sorrise.
«So cosa vuol dire… mi sembra di non fare altro ultimamente: perdermi nei ricordi…»
Un velo di malinconia le calò sugli occhi.
Melania corrugò la fronte ed inclinò la testa di lato.
«Ricordi belli, spero…»
«I migliori della mia vita…»
replicò nello stesso tono malinconico.
Quasi si fosse resa conto di quel momento di debolezza, scosse la testa e sorrise.
«Beviamo questo caffè o si raffredderà»
la invitò, avvicinandosi con il vassoio al divano.
«Oh… ma che belli!»
commentò Melania, vedendo gli alberelli di cioccolata disposti in un piattino.
«Spero siano altrettanto buoni!»
replicò Elena.
«Lo saranno di certo!»
E così dicendo ne prese uno e lo addentò.
Il cioccolato fondente le si sciolse sulla lingua, accarezzandola con il suo sapore vellutato. Un’esplosione di gusto riempì la bocca di Melania che non poté fare a meno di mugugnare un verso di piacere.
«Sono la fine del mondo! Come i hai fatti?»
domandò con gli occhi socchiusi.
«Oh, beh… sono semplicissime sfoglie di cioccolato fondente, aromatizzato con olio essenziale alla menta piperita, e decorate con un po' di mompariglia dorata e zucchero al velo…»
rispose con modestia Elena.
«Sono il nirvana del gusto! Secondi solo ai dolci alle mandorle di Dav…»
Melania ingoiò il resto del nome insieme al cioccolato, si portò una mano sulla bocca e si scusò con lo sguardo.
«Non essere stupida… non è Voldemort, puoi nominarlo!»
«Scusa… è che ne so così poco sul perché sia finita tra di voi… che non so cosa posso o non posso dire…»
Elena fece un’espressione stupita.
«Non... lui non ti ha detto perché è finita?»
si meravigliò.
Melania scosse la testa in segno di diniego.
«Non che glielo abbia chiesto… ma non mi è mai sembrato propenso a parlarne…»
«Capisco… ha senso…»
«Per te, forse… per voi! Per me no. Vi ho lasciati che eravate l’una l’estensione dell’altro… e vi ho ritrovati… a pezzi…»
Gli occhi di Elena si colmarono di lacrime.
«Lui è a pezzi?»
«Certo che sì! Ed anche tu… e quindi mi chiedo… che diavolo ci fate ancora divisi?»
«È una storia lunga…»
singhiozzò.
«Si dà il caso che io abbia tempo, amica mia…»
Melania incrociò le braccia sul petto e si lasciò andare contro lo schienale del divano.


4 settimane prima:

Davide andò a pagare il debito di Lorenzo con l’autista dell’autobus, invitando il cugino ad iniziare a salire in macchina. Il giovane aprì la portiera del veicolo e si chinò a salutare la donna seduta al posto del passeggero.
«Buonasera!»
Melania spalancò gli occhi e la bocca vedendo il viso tumefatto di Lorenzo.
«Lo so! Lo so! Sono uno schianto!»
scherzò.
«Se sei uno schianto non lo so… di sicuro ti sei schiantato da qualche parte! Che diavolo hai fatto?»
domandò Melania, ancora sconvolta.
«Storia lunga, lunghissima…»
svicolò il ragazzo, salendo in macchina.
«Ho tempo»
insisté lei.
«Beata te… io invece ho sonno!»
replicò Lorenzo.
«Sicuro di stare bene? Devi andare in ospedale?»
si preoccupò lei.
Il ragazzo tossicchiò una risata.
«Se non sono morto in una settimana, non mi succederà niente stasera…»
Melania tacque e lo osservò sistemarsi sul sedile posteriore.
«Allora…» aggiunse Lorenzo «Come mai tuo marito ti ha concesso di uscire di casa a quest’ora?»
«Io e Alfio abbiamo divorziato… da quasi 4 anni oramai!»
lo informò.
«Oh… questa si che è una sorpresa… e ti ha lasciata lui o…»
«O…»
Lorenzo piegò gli angoli della bocca verso il basso, in segno di apprezzamento.
«Ed Elena? perché lei non è qui?»
«Certo che sei proprio aggiornato! Lei e Davide hanno rotto… un anno fa…»
Il giovane spalancò gli occhi e sollevò la testa.
«Quindi… tu e lui… avete finalmente deciso di mettervi insieme?!?»
«Cosa?» si scandalizzò Melania «Sei impazzito? Davide è come un…»
«Oh, ti prego» la interruppe «Non dire “fratello”! Non sopporto questa cazzata!»
«Ok… Davide è come una sorella…»
Lorenzo scosse la testa e rise.
«Ne riparleremo al matrimonio…»

Vera ©

mercoledì 29 gennaio 2014

Non... fateci caso!!!


FOCACCE AI POMODORI SECCHI
(dosi valide per 8 pz.)
Ingredienti:
300 gr di manitoba; 45 gr di pomodori secchi; 10 gr di lievito di birra; 175 gr d'acqua tiepida; 3 gr di zucchero semolato; 5 gr di sale fino; 5 gr d'olio extra vergine d'oliva; erba cipollina in polvere; olio extra vergine d'oliva; acqua e sale grosso q.b.
Preparazione:
Amalgamare la farina con l'acqua; il lievito sbriciolato; lo zucchero; il sale fino e l'olio sino a quando non avrete ottenuto un impasto omogeneo.
Porre in una ciotola, coprire con un panno pulito e far riposare per 40 minuti in un luogo tiepido.
Lavorare di nuovo l'impasto, incorporandovi i pomodori secchi tritati al coltello e l'erba cipollina.
Lasciare lievitare ancora un'ora.
Dividere l'impasto in 8 porzioni e rilavoratele a forma di palline.
Disporre su una teglia coperta  con carta forno.
Schiacciare con le dita ottenendo delle piccole focacce ed ungerle con un emulsione ottenuta frullando l'acqua e l'olio *(25 gr d'olio e 12 gr d'acqua) e spolverare con un po' di sale grosso.
Far riposare ancora per 30 minuti.
Pressare di nuovo con le dite le focacce e metterle a cuocere in forno già caldo a 220° per circa 30 minuti.
Servire tiepide.
(Ricetta tratta da uno speciale della Cucina Italiana).
Non fate caso alle foto :-( non rendono giustizia alla bontà di queste focacce... Sono morbide e gustosissime, ottime anche in versione più piccola come sfizioso antipasto e/o aperitivo.
Connessione ballerina, scusatemi se vi auguro buona nuova settimana quando ormai è quasi finita.. mi perdonate?! :-)
P.S. Ho dovuto attivare la moderazione ai commenti, arrivava troppa immondizia di tipo Spam.
Un abbraccio, alla prossima.
Debora

sabato 25 gennaio 2014

Quasi quasi... ci rinuncio!!!


SPEZZATINO GIALLO ROSSO
(dosi valide per 2 persone)
Ingredienti:
350/400 gr di spalla di vitello; 1/2 cipolla bianca; 3 chiodi di garofano; una foglia d'alloro; un peperone rosso; 2 patate di media grandezza; un bicchiere di vino rosso *(Nero d'Avola); 2 cucchiai d'olio extra vergine d'oliva; un cucchiaino di strutto; una carota; 2 gambi di sedano; farina di noci; sale; acqua calda *(circa 750 ml) e pepe macinato al momento q.b.
Preparazione:
Tagliare la carne a cubetti di circa 2 cm per lato e passarla nella farina di noci.
In un capace tegame far scaldare l'olio con lo strutto e la cipolla steccata con i chiodi di garofano.
Mettere  a rosolare la carne a fiamma vivace mescolando in continuazione, sino a quando tutti i tocchetti non raggiungono un colore uniforme.
Sfumare con il vino rosso.
Abbassare la fiamma e coprire lo spezzatino con tanta acqua necessaria per farlo cuocere.
Legare con un filo da cucina la carota pelata; i gambi di sedano e l'alloro.
Aggiungere gli odori alla carne e lasciarla cuocere a fuoco lento per un'ora.
Regolare la sapidità.
Nel frattempo tagliare a tocchetti il peperone e le patate.
Unire il peperone tagliuzzato e far cuocere ancora il tutto per circa 30/45 minuti.
Infine mettere le patate e completate la cottura della carne per altri 40 minuti o sino a quando la stessa e le verdure scelte sono pronte e tutti i sapori si sono ben sposati tra loro.
Eliminare la cipolla ed il mazzetto di odori e servire.
Come tutti i piatti a cottura lenta, vedi anche minestre e similari, mangiati il giorno dopo sono ancora più buoni, ma questa è ovviamente una scelta soggettiva.

FOCACCINE AL GRANO SARACENO
(dosi valide per 6 persone)
Ingredienti:
300 gr di farina di grano saraceno; 300 gr di manitoba; un cucchiaino di sale fino; 25 gr di lievito di birra; 25 gr. di strutto; 350 gr di acqua tiepida; olio extra vergine d'oliva; acqua e fleur de sel q.b.
Preparazione:
Raccogliere sulla spianatoia (oppure nell'impastatrice munita dell'apposito gancio) le due farine; il lievito sbriciolato; lo strutto; il sale.
Impastare unendo durante la lavorazione l'acqua tiepida un po' per volta, sino a quando otterrete un composto non appiccicoso.
Fare lievitare coperto con un canovaccio pulito al riparo da correnti d'aria finché non sarà raddoppiato di volume *(occorre poco più di un ora).
Prelevare dall'impasto delle palline da circa 50 gr cad. e stenderle con le dita per formare le focaccine.
Poggiarle sulla leccarda coperta da carta forno.
Pungerle in più punti con uno stuzzicadenti.
Fare un'emulsione con l'olio e l'acqua *(un cucchiaio d'olio e due d'acqua) e con questa spennellare le focaccine.
Spolverare con del fleur de sel fatele riposare ancora 30 minuti primi d'infornarle.
Preriscaldare il forno a 200°.
Cuocere le focaccine per 20 minuti circa.
Servire come accompagnamento allo spezzatino ma, anche ripiene con dell'affettato per un veloce spuntino e/o antipasto o a spicchi accanto ad un tagliere di formaggio semi stagionato per uno sfizioso aperitivo.

Riprende l'MTC, si riparte con lo spezzatino proposto dalle vincitrici de "La cucina spontanea"...
Saltare il giro non se ne parla, sono appena rientrata e poi lo spezzatino mi piace quindi perché mai??!!
Le idee tardano ad arrivare, la connessione diventa ballerina, i giorni passano e nel frattempo vedi le mirabolanti preparazioni degli altri partecipanti... lo sconforto sembra avere la meglio sino a quando mio marito: Buono!! Quando lo rifai??!!!

.... Ok allora lo pubblico e con molta "vergogna" lo presento per partecipare alla sfida mensile.
Chiedo veniaaaaaaaaaa :-)
Un abbraccio, buon fine settimana alla prossima.
Debora

lunedì 20 gennaio 2014

Sapori e ricordi... di casa!!!


TORTINI AL ROQUEFORT
(dosi valide per 12 tortini)
Ingredienti:
300 gr di farina "00"; una bustina di lievito per impasti salati; 4 uova; 300 ml di panna da cucina; 160 gr di roquefort; 120 gr di gherigli di noce; 80 gr di uvetta.
Preparazione:
Preriscaldare il forno a 180°.
In una terrina versare la farina ed il lievito e mescolate.
Aggiungere le uova, una alla volta ed amalgamate.
In un'altra terrina schiacciate il roquefort con una forchetta e poi unitelo all'impasto.
Incorporare la panna e mescolare.
Sminuzzare in maniera grossolana i gherigli noce, unirli al composto precedentemente preparato insieme all'uvetta.
Amalgamare il tutto e travasate l'impasto negli stampini scelti, meglio se in silicone o teglia per mini muffin coperta con gli appositi pirottini di carta.
Far cuocere per circa 35 minuti.
Verificare la cottura infilando la lama di un coltello al centro di un tortino, estraendola dovrà risultare asciutta.
Lasciare intiepidire e servite come aperitivo e/o piccolo snack.
Le dosi indicate sono per ottenere dei tortini più piccoli rispetto a quelli che vedete in foto e possono a loro volta essere serviti tagliati in piccoli tranci.
Il roquefort formaggio erborinato tipico francese  è simile al gorgonzola ma ha un sapore meno marcato; crea comunque un piacevole contrasto con la dolcezza dell'uvetta e le noci, danno la giusta nota croccante.
Volendo si può utilizzare un unico stampo  precedentemente imburrato ma, in questo caso prolungate la cottura di altri 10 minuti circa.
Come sempre, in questa tipologia di ricette, il titolo s'ispira alla storia di Vera, infatti questi sono i  tortini al roquefort, uvetta e noci preferiti di Lorenzo :-)
Vi auguro un buon inizio nuova settimana; alla prossima.
Abbracci Debora.

giovedì 16 gennaio 2014

Ricominciare da... se possibile!!!


Riunione di famiglia ©

Roberto parcheggiò nel vialetto sotto casa, strinse le mani sul volante, chiuse gli occhi e sospirò.
Cercò dentro di sé la forza per scendere dall’auto e salire al 3° piano del vecchio palazzo in centro, ed entrare nell’appartamento che era stato testimone degli ultimi 45 anni della sua vita.
C’era stato un tempo in cui contava i minuti che lo separavano dal rientro in casa, dal baciare sua moglie e i suoi figli, dal sedersi e mangiare tutti insieme.
Ultimamente, invece, faceva sempre più fatica a ricordarsi quel periodo, del calore che sentiva nascergli nel petto al pensiero di “casa”.
Quella sera in particolare la sua famiglia sarebbe stata eccezionalmente riunita come non lo era da anni. Lorenzo, il suo secondogenito, era rispuntato fuori dal nulla, tornato a casa dopo 10 anni di latitanza.
Era scappato via senza dire molto ed era tornato nello stesso modo: non un messaggio di avviso, non una spiegazione.


Roberto era rientrato a casa una settimana prima e lo aveva trovato seduto sul divano, ricoperto dalle attenzioni di Gabriella, sua moglie.
«Hey, pa’! Sorpresa!»
Gli aveva detto sorridente e beato.
Sul viso del figlio non era affiorato un solo segno di preoccupazione, di tensione… di ansia. Sembrava lo stesso ragazzo che 10 anni prima si era fatto trovare con i bagagli già pronti, di fronte alla porta.
Era partito senza badare alle conseguenze delle sue scelte ed era tornato intatto.
Roberto lo avevo poi guardato senza espressione, aveva solo preso atto della sua presenza e si era rinchiuso nel suo studio.  Da quel momento aveva fatto in modo di incrociare Lorenzo il meno possibile, ma una cena di famiglia era qualcosa che non poteva davvero evitare.


Si schiarì la gola, fece un respiro profondo e si avviò verso casa.
Inserì le chiavi nella toppa e le voci da dietro la porta gli accelerarono il battito cardiaco, pensò a sua moglie, alla luce che le si era riaccesa negli occhi da quando Lorenzo era ricomparso e si costrinse ad indossare un sorriso. Entrò in casa e prima che potesse accorgersene due figure minute e sghignazzanti gli si avvinghiarono addosso.
«Nonnino!»
esclamò Serena, la più piccola.
«Mancavi solo tu!»
le fece eco Alice.
Roberto si chinò a baciarle entrambe.
«C’era un po’ di traffico… ma ora sono qui! È quello l’importante, no?»
Le bambine risero felici e trascinarono il nonno in salotto.
«Aspettate! Fatemi togliere la giacca almeno!»
le riprese inutilmente.
«Eccoti!» disse Gabriella, avvicinandosi per sfilargli la giacca «Siediti… è quasi pronto!»
Roberto annuì e salutò Carlotta, la sua primogenita, il marito Sergio e Lorenzo.
Qualche istante più tardi, la moglie tornò con un vassoio di tortini morbidi al roquefort , con uvetta e gherigli di noce. Lo pose al centro della tavola e li invitò a servirsi.
«Avanti, mangiateli ora che sono belli caldi!»
«Non ci credo! I miei preferiti!»
osservò contento, Lorenzo.
Ne prese uno e lo addentò, gustando il contrasto tra il sapore forte del formaggio e quello dolciastro dell’uvetta, il tutto reso croccante dalle noci.
«Beh… l’occasione lo richiedeva…» rispose amorevolmente Gabriella «Il mio bambino è tornato a casa…»
Il ragazzo arrossì e si scostò dalla carezza che la madre gli stava facendo.
«Ho 33 anni, mamma… non sono proprio un bambino!»
«Per me sarai sempre il mio bambino!»
lo riprese bonariamente la donna, sedendosi.
«Tipica frase mammesca»
scherzò Lorenzo.
«Se posso dire la mia, anche per me sarai sempre un bambino»
intervenne Carlotta.
«Tipica frase da sorella inacidita!»
replicò ghignante lui.
«Tipica risposta da bambino»
ribatté lei.
«Oh, smettetela voi due… mangiate piuttosto!»
tornò a riprenderli Gabriella.
Roberto osservò tutto in silenzio, spettatore casuale di un bizzarro quadro familiare.
Guardò sua moglie, rinata a nuova vita al solo pensiero di riavere suo figlio a casa.
Guardò  Carlotta, donna forte ed ambiziosa, tornata ragazzina insicura al confronto con il fratellino scapestrato.
Guardò le sue nipotine, Serena ed Alice, ammaliate dal nuovo ospite , e guardò Sergio, una macchia sbiadita su una tela troppo colorata.


Non aveva mai capito perché la sua geniale Carlotta avesse scelto un uomo così ordinario: educato, pulito, silenzioso.  Sin dal primo giorno in cui lo aveva portato a casa si era sempre chiesto cosa ci avesse visto una donna splendida e solare, in un uomo così normale e… grigio.
Aveva anche chiesto a sua figlia perché lui, e lei si era limitata a rispondere:
«Perché no!»


Lo osservava, ora, continuare a brillare di luce riflessa, a sorridere ed annuire al fianco di una donna che si era appassita accanto a lui. Lo guardava e si chiedeva come potesse continuare a succhiare via la vita dalla sua bella Carlotta.
Sentì un moto di rabbia iniziare a ruggirgli nel petto, percepì il sangue ribollirgli nelle vene, provò l’insano desiderio di ribaltare il tavolo e mandare via tutti.
Strinse le mani in due pugni e provò a concentrarsi su altro, vagò con lo sguardo nella stanza in cerca di un appiglio per cambiare pensieri ed emozioni quando incontrò il proprio riflesso, nel vecchio specchio ingiallito posto alle spalle di Sergio.
«Che scherzo è questo?»
Le parole gli sfuggirono di bocca prima ancora di realizzare di averle pensate.  Ma le aveva pronunciate in un tono così basso che nessuno dei rumorosi commensali gli badò.
Guardò l’anziano riflesso alle spalle dell’uomo che sentiva di disprezzare così tanto e non poté fare a meno di notare le spaventose somiglianze tra loro.
Volse lo sguardo verso Gabriella, la osservò ridere ed illuminarsi contornata dalla propria famiglia e ripensò alla prima volta che l’aveva vista camminare per la strada.


Si muoveva leggera, fluida, sembrava scivolare sul terreno.
Pensò che per una creatura così bella fosse la strada a muoversi per lei.
Ogni giorno, alla stessa ora, Gabriella scorreva di fronte a lui, comunissimo studente di economia.
Ogni giorno, alla stessa ora, Roberto si fiondava alla finestra della sua aula di studio e la guardava passare.
Andò avanti per un mese e più, accontentandosi di guardarla e basta.
Finalmente, spronato dagli amici, si decise a farsi avanti, preparandosi comunque ad un più che giustificato rifiuto. La aspettò in strada, seduto su una panchina, fingendo di leggere un libro. Appena la vide sentì il cuore salirgli in gola e pensò più volte di lasciar perdere man mano che si avvicinava, ma sua madre era solita ripetergli «La vera sconfitta sta nel non provarci nemmeno… che vada bene o che vada male, non conta poi molto!», così decise di fare un tentativo e non appena gli fu vicina, si alzò di scatto, bloccandole il passaggio.  Si scusò e farfugliò frasi senza senso ed andò avanti a blaterare finché non si rese conto che lei gli stava sorridendo.


Ed aveva continuato a guardarlo sorridente per anni. La bella Gaby  aveva scelto uno qualunque, una persona ordinaria… e lui… l’aveva appassita.
Non era Sergio a fargli rabbia, ma ciò che in lui vedeva, ciò che lui rappresentava.
Spostò lo sguardo su Lorenzo, ancora sorridente, tranquillo.
E lui perché mi fa rabbia?” pensò,  serrando la mandibola.
Una mano sottile e leggera gli toccò il braccio, strappandolo alle proprie elucubrazioni. Si voltò di scatto ed incrociò gli occhi scuri e di nuovo brillanti della moglie.
«Non mangi?»
chiese premurosa.
Roberto si costrinse a sorriderle ed annuì.
«Ma certo amore mio… ora mangio…»
Sentendosi chiamare così, Gabriella arrossì. Era passato effettivamente del tempo dall’ultima volta che lui si era rivolto così a lei, ma Roberto non ci fece caso tanto gli era uscito naturale.
«Allora, Lorenzo…» fu Sergio a parlare «Ora che sei tornato, che intenzioni hai?»
gli domandò.
Perso nei propri pensieri, Roberto si doveva essere perso un po’ di passaggi. Il ragazzo rispose:
«Beh… forse Davide mi può dare un posto nel suo ristorante…»
«Davide?»
intervenne il padre.
«Beh, sì… ne abbiamo parlato quando sono stato da lui…»
«Quando sei stato da lui?»
ripeté Roberto.
«Sì… sai… quando sono tornato… sai… sono stato ospite da lui… sai…»
«No, non lo so, Lorenzo. 
Non sapevo che te ne andavi, non sapevo che tornavi e non so che sei tornato qui e prima di venire a casa te ne sei andato da tuo cugino… non lo so»
«Papà… non è grave…»
provò ad intervenire Carlotta.
«No, Carlotta. Non è grave… niente è grave.
Non è grave che se ne sia andato all’improvviso. Non è grave che in 10 anni si sia fatto sentire 12 volte. Non è grave che sia morta sua nonna e lui non  si sia degnato né di chiamare, né di mandare un telegramma, né niente… figuriamoci se è grave che abbia preferito starsene con Davide piuttosto che venire a salutare sua madre che stava morendo di malinconia…»
«Roberto…»
«No, Gaby!» la bloccò lui «Ero disposto a star zitto per amore tuo. Ero disposto a farmi stare bene tutto pur di vederti felice, così… ma sono stufo! 
Lo abbiamo trattato come un principe, gli abbiamo sempre accordato tutto… e questo è il risultato?» batté un pugno sul tavolo e si rivolse al figlio «Ti abbiamo fatto mancare qualcosa? Siamo stati così orribili?»
Serena ed Alice si presero per mano accucciandosi contro la loro mamma, Sergio cinse le spalle a Carlotta e Gabriella deglutì a vuoto.
Roberto fissava Lorenzo con rabbia ed il ragazzo sembrava essere impassibile, quasi fosse estraneo a quella situazione.
«Siete i genitori migliori che si possano chiedere… il problema è che io sono il figlio peggiore che possa capitare…» fece un mezzo sorriso e si alzò dalla sedia «Mi è un po’ passato l’appetito… voi continuate pure…» abbassò lo sguardo sulla madre «I tortini sono pure più buoni di quanto ricordassi…»
Così dicendo andò via.


3 SETTIMANE PRIMA...


«Mela! Stai ferma con la radio!»
urlò Davide, schiaffeggiando con delicatezza la mano di Melania.
«Hey! Volevo solo cambiare stazione radio! Lo sai che radiomalinconia mi dà l’angoscia!»
«Non capisci niente di musica!»
«Ti sbagli, mio caro… capisco che la musica deve farti stare bene… non farti venire voglia di essere schiacciato da un macigno!»
Davide scosse la testa.
«Sei assurda…»
commentò.
Si portò le mani alla bocca provò a riscaldarsele soffiandoci sopra. Melania notò l’ansia sul viso dell’amico.
«Hey… tutto bene?»
si preoccupò.
«Non lo so… Lorenzo è sempre stato una mina vagante…»
«Pensi che ti creerà problemi?»
«Non so che pensare… so solo che c’è qualcosa che mi turba…»
Ma prima che potesse finire la frase, due grandi fanali bianchi annunciarono l’arrivo dell’autobus sul quale viaggiava il cugino di Davide.
«Aspetta qui… vado ad aiutarlo con i bagagli…»
disse a Melania prima di scendere dall’auto.
Si avvicinò a passo spedito al pullman cercando di individuare Lorenzo tra i passeggeri che scendevano dal mezzo. Gli parve di riconoscere i riccioli scuri che spuntavano da sotto il cappellino di un ragazzo e gli si avvicinò. Lo toccò sulla spalla e lo chiamò:
«Lor?»
Il giovane si voltò.
«Sorry…»
rispose un ragazzino brufoloso.
Davide sorrise e tornò a cercare con lo sguardo tra gli altri passeggeri.
«Guarda che sono passati 10 anni… devi cercare tra gli adulti…»
La voce familiare di Lorenzo giunse alle sue spalle. Si voltò di scatto e quasi gli mancò il fiato quando vide chi aveva di fronte. Sotto molteplici lividi e graffi, si nascondeva il sorriso sornione di un ragazzo che sembrava aver fatto il passo più lungo della gamba.
«Lo so, lo so… non sono cambiato di una virgola…»
provò a scherzare il ragazzo.
«Cosa… che… ma…»
farfugliò Davide, in stato di shock.
«Storia lunga, cugino… prima che te la racconti però… ti spiacerebbe pagare l’autista che gentilmente mi ha portato qui anche se non avevo nemmeno un soldo per il biglietto?»


Vera ©

lunedì 13 gennaio 2014

Onore al... pacco!!!


SBRISOLONA MANTOVANA
(dosi valide per uno stampo da 26 cm di diametro)
Ingredienti:
200 gr di mandorle dolci pelate; 250 gr di farina "00"; 150 gr di farina di mais; 200 gr di zucchero semolato; la scorza grattugiata di un limone; 2 tuorli d'uovo; 100 gr di burro morbido; 100 gr di strutto a temperatura ambiente; una bustina di vanillina *(omessa e sostituita con un cucchiaino d'essenza di mandorla amara); un cucchiaio di mandorle a lamelle; burro q.b.
Preparazione:
Tritare le mandorle in maniera grossolana ed imburrare la tortiera.
Setacciare insieme le due farine e disporle a fontana sulla spianatoia.
Formare l'incavo ed unite lo zucchero (tenetene da parte 2 cucchiai); la scorza di limone; l'essenza di mandorla; le mandorle tritate; i tuorli il burro e lo strutto.
Lavorare velocemente tutti gli ingredienti con la punta delle dita, perché l'impasto non dovrà risultare omogeneo ma sbriciolato.
Passare il composto tra i polpastrelli e far cadere le briciole direttamente nella tortiera imburrata, riempiendola così di un gran numero di granelli che si compatteranno in cottura.
Spolverare la superficie con lo zucchero precedentemente tolto e le mandorle a lamelle.
Porre in forno già caldo a 180° e far cuocere per circa un ora.
Sfornarla e farla freddare benissimo prima di trasferirla sul piatto da portata e servirla.
La sbrisolona è una torta a lunga durata, specie se conservata avvolta in carta d'alluminio.
Lo strutto può essere sostituito da pari quantità di burro ma la ricetta originale prevede l'uso di entrambi i grassi.
Originaria della città di Mantova è un prodotto comunemente consumato anche in Lombardia, Emilia Romagna e nel veronese.
Il nome deriva dal sostantivo brisa che in mantovano significa appunto briciola, datole a causa della sua friabilità.
Onore al pacco di Mafalda, che ringrazio ancora tantissimo... tra le tante buone cose che mi ha regalato c'era appunto una bottiglia di "Sangue di Giuda", un vino rosso liquoroso dell'Oltrepo pavese adattissimo ai dolci secchi; concordo... l'ho trovato perfetto infatti :-)
Il colore rosso con tendenze violacee dà il nome al vino, anche se la leggenda vuole che Giuda, in segno di perdono risanò ai viticoltori di Broni le loro viti colpite dalla malattia.
Prima vera ricetta dell'anno nuovo, quale miglior modo per inaugurare il 2014 se non con un dolce ed un regalo molto gradito ed apprezzato?! :-)
Un abbraccio, buona nuova settimana.
Bye Debora.
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