lunedì 23 dicembre 2013

Cocktail... & dreams!!!


AMERICANO
(dosi valide per 150 ml)
Ingredienti:
50 ml di Campari; 50 ml di Martini rosso; 50 ml di soda; la scorza di un limone; una fettina d'arancia e ghiaccio q.b.
Preparazione:
Riempite il tumbler di ghiaccio  e mescolate con un cucchiaio lungo sino a far raffreddare il bicchiere.
Eliminate l'eventuale acqua che si è formata , poi versate i liquori  e mescolate.
Strofinate la scorza attorno al bordo del bicchiere e fatela cadere dentro.
Guarnite con una fettina d'arancia e servite subito.
L'americano, mitico drink amato da James Bond in "Casino Royale" è fatto solo con ingredienti italiani.
All'inizio del '900 era conosciuto come cocktail Milano/Torino; in epoca fascista però, fu ribattezzato in onore del pugile Primo Carnera, campione mondiale dei pesi massimi  a New York nel 1933, detto appunto "L'Americano".
Un cocktail per augurarvi buone feste e buone vacanze per chi le fa... dei sogni da scartare e trovare nei regali di quest'anno!
Un riferimento sicuramente all'omonimo film di Tom Cruise, ma la storia di Vera ha fatto da traino :-) stavolta è stata lei ad ispirare me, vedi anche foto con liquidi colorati nei bicchieri e, non il contrario.
Cin cin ragazzi, alla prossima se ci siete.. ma intanto augurissimi da Debora e Vera.
A presto *-*

sabato 21 dicembre 2013

Un brusco... risveglio!!!

Lo scapestrato ©

Qualcuno tossì nel silenzio della notte, strappando Lorenzo al suo sogno: non era successo niente, si preparava come al solito per affrontare una tipica giornata fatta di lavoro, sesso, amici, sesso, Katy, sesso.
Spalancò gli occhi, sussultando sullo stretto sedile del sovraffollato autobus che lo stava riportando a casa, la stessa da cui si era allontanato 10 anni prima.
Si guardò intorno e si sentì mancare l’aria. Si spinse i palmi delle mani sugli occhi e provò a recuperare le ultime immagini del sogno a cui era stato sottratto.

Roberto, il padre di Lorenzo, era solito ripetergli «Tua madre t’ha fatto di corsa, per questo non puoi fare a meno di scappare».
Glielo aveva detto quando, per non fare la recita di natale alle elementari, era sfuggito alla sorveglianza delle maestre, rifugiandosi a casa dei nonni. Glielo aveva ripetuto quando aveva mollato l’Università per inseguire il sogno di fare il cantante, e non si era risparmiato di ricordarglielo quando aveva comunicato la decisione di partire per l’estero, in cerca di fortuna.
E Lorenzo, la fortuna, l’aveva trovata davvero.
Era arrivato a Boston con un gruzzolo di soldi sufficienti a farlo sopravvivere un mese o due, tante idee e nessun posto dove stare.
I primi giorni vagò per la città, dormendo in bettole frequentate da tipi loschi e mangiando in economiche tavole calde.
Senza un piano preciso tentò la sorte, iniziando ad accettare ogni tipo di lavoro che riusciva a trovare: cameriere, volantinaggio, lavapiatti, scaricatore, spazzino, etc.
Andò avanti così quasi un mese quando realizzò che non stava andando da nessuna parte, e per uno abituato a scappare, quella situazione di stallo era improponibile.
La fortuna di Lorenzo fece capolino nella sua esistenza una sera di primavera.
Finito l’ennesimo turno di un lavoro senza sbocchi, si rintanò in un bar, per bere qualcosa.
Appena entrato nel locale sgranò gli occhi, sbalordito. Sebbene da fuori sembrasse l’ennesimo buco in cui spendere qualche dollaro per della birra acida, quel posto nascondeva un cuore pulsante di vita ed emanava l’odore del successo.
Le pareti erano drappeggiate con sfarzosi tessuti colorati, una miriade di lucine colorate erano incastonate in ogni superficie e si illuminavano ad intermittenza, al ritmo della musica che una donna bellissima e poco vestita faceva risuonare dalla sua consolle, al centro di una pista gremita di gente.
Ragazze stupende e ragazzi altrettanto avvenenti si  muovevano fluidi tra le persone, servendo loro bicchieri pieni di allettanti liquidi colorati.
Lorenzo mosse pochi passi all’interno di quel moderno paese delle meraviglie, osservò tutto con lo stupore tipico dei bambini di fronte al loro primo spettacolo di magia. Trattenne il respiro e si schiacciò contro un pilastro luminescente, per far passare una biondina con un vassoio pieno di cocktail colorati.
Quando la musica cessò e le luci si spensero all’improvviso, provò l’irrazionale timore di essere stato la causa di quel black-out.
Mi hanno scoperto… si sono accorti di me e della mia inadeguatezza”, pensò.  Ma un faro si accese, puntando sul bancone di fronte a lui. Due ragazzi ed una ragazza stavano immobili, illuminati, con le mani poggiate su degli shaker.
Ogni singolo individuo nel locale aveva gli occhi puntati sui tre e calò un silenzio irreale.
La voce della donna alla consolle infranse quell’aura di ieraticità urlando un conto alla rovescia seguito dal boato del pubblico.
Le tre persone illuminate uscirono dal loro stato di statue di marmo, sciogliendosi come cera sul fuoco.
La ragazza lanciò in aria il suo miscelatore mentre i due ragazzi iniziarono a muoversi al ritmo sincopato della musica che la D.J aveva messo su, quindi proseguirono muovendosi in sincronia, eseguendo una coreografia acrobatica fatta di passi di danza e numeri circensi: facendo volare bottiglie, bicchieri, frutta.
Alla fine dello spettacolo tre bicchieri contenevano diversi liquidi colorati, ognuno adornato da bucce di limone, fragole ed arance. Il pubblico iniziò ad applaudire e a saltellare, cercando di accaparrarsi l’attenzione degli acrobati. Lorenzo faticò a stare dietro a quel singolare comportamento, ma quando un faro si accese su un ragazzo poco distante da lui, iniziò a capire cosa stesse accadendo: tre fortunati ospiti del locale avrebbero avuto l’onore di consumare i cocktail preparati durante lo strabiliante numero.
Senza accorgersene, anche lui si era fatto prendere dalla frenesia di quell’atmosfera.
Non si mise a saltellare e ad urlare, ma desiderò con tutto se stesso di poter assaggiare almeno una delle creazioni che rilucevano sul bancone.
Un secondo faro si accese su una ragazza con i capelli dorati che si era prontamente liberata di maglia e reggiseno, salendo su un tavolo ed attirando l’attenzione necessaria per farle vincere il suo premio.
Il buio calò nuovamente nel locale, riassorbito in un silenzio fatto di respiri sospesi e nervosi.
Gli occhi di Lorenzo si fecero attenti e vigili, chi sarebbe stato l’ultimo fortunato?
Una bomba di luce gli esplose negli occhi abituati al buio, sparpagliando stelle colorate nella testa del ragazzo. Sollevò una mano a ripararsi da quell’accecante bagliore, sbirciando tra le dita, in cerca del fortunato, senza rendersi conto di essere proprio lui il prescelto.
Mani sconosciute iniziarono a tirarlo e spingerlo attraverso il varco che si era aperto per lui. In pochi istanti si ritrovò di fronte al bancone, con il suo premio invitante e malizioso: un liquido rosso riempiva il bicchiere, filtrando attraverso una granella di ghiaccio, disegnando un reticolo di vene sottili.
Il ragazzo di fronte a lui gli fece cenno di bere, deglutì ed eseguì l’ordine. Si portò alla bocca l’invitante cocktail e si lasciò sopraffare dal sorprendente sapore alcoolico.

Quello fu l’inizio di una nuova vita per Lorenzo.
Tornò nel locale ogni sera, per un mese, ed ogni sera assisté alla performance dei  tre artisti.
Era sempre la stessa storia, ma, in qualche modo, sempre diversa. Iniziò a chiedere come poter entrare a far parte anche lui di quel mondo, si propose come addetto alle pulizie, buttafuori, fattorino, PR, pur di essere parte integrante del locale.
Insisté finché non ottenne un colloquio con il proprietario che lo mise a tagliare frutta, pulire bicchieri e catalogare gli alcoolici.
Lorenzo attribuì alle sue mansioni un’importanza quasi maniacale, assicurandosi che tutto fosse oltre la perfezione.  La sua singolare devozione attirò l’interesse dei colleghi e Brian, uno dei tre “artisti”, lo prese in simpatia. Il barman gli offrì  un letto e lezioni gratuite per imparare il suo mestiere, divenne suo mentore ed insieme si votarono alla bella vita: donne, divertimento, lusso.
In una sera come tante, Brian rivelò al nuovo amico il segreto per avere successo al “Circe’s”, quello il nome del  locale.

«Lorenzo… the real  key  to conquer  the Circe’s… it’s Katy…»
-Lorenzo… la chiave per conquistare il Circe… è Katy-
gli confessò una sera, Brian.
«Katy… the one that play the music?»
-Katy… quella che mette la musica?-
si  stupì  Lorenzo.

L’amico rise e spiegò al giovane che Katy era la socia di maggioranza di John, il proprietario. Lei prendeva tutte le decisioni, dalle più importanti a quelle più frivole. Era lei, ad esempio, a decidere su chi puntare il faro durante gli show.
Chiunque volesse qualcosa di più all’interno del circolo, doveva conquistarsi  la fiducia di Katy, ma era un gioco pericoloso. Infatti, così come avrebbe potuto essere la chiave di volta, altrettanto poteva rivelarsi assai dannosa. Erano in molti coloro ai quali aveva rovinato la vita poiché avevano commesso l’errore di sottovalutarla.

«Don’t mess  with  Katy,  mate… stay put and wait for your moment…»
-Non scherzare con Katy, amico… stai tranquillo ed aspetta il tuo momento…-
aveva suggerito al ragazzo, Brian.

Ma Lorenzo aveva già deciso che si sarebbe giocato il tutto per tutto.
Fu così che si avvicinò gradualmente alla donna. All’inizio si limitò a studiarla, a scoprirne i segreti e gli interessi,  poi passò all’azione. Attirò la sua attenzione,  giocando sull’aspetto gradevole che era conscio di possedere.
Katy, donna bellissima ma non più nel fiore degli anni, cedette subito alle lusinghe del giovane ed in breve, gli aprì tutte le porte.
Conquistò il bancone nel giro di poco, sostituendo Carlos.
Soldi, successo, divertimento: Lorenzo stava vivendo il  vero sogno americano.
Il primo anno stette in uno stato di grazia, Katy lo introdusse  nel suo giro e lo elevò di rango, del ragazzo meravigliato, mimetizzato con l’arredo, però, non rimase molto. Presto la brama di potere e la voglia di indipendenza presero il sopravvento , spingendo il giovane a desiderare di più.
Man mano che l’ala protettrice della donna allentava la presa su Lorenzo, questo disponeva della sua vita pensando a lungo termine.
Stando attento a non compiere passi falsi, dipanò la sua tela, assicurandosi di diventare qualcuno a prescindere da Katy. Nel giro di pochi anni riuscì a crearsi una sorta di doppia identità:  una da esibire con Katy e l’altra con il resto del mondo.
Il suo ruolo di “acrobata” lo connetteva ad ogni singola donna in cerca di un’avventura e la sua verve lo aiutò a costruirsi una sua propria rete di conoscenze.

Ed era tutto finito.
Un attimo di distrazione gli era valso gli ultimi 5 anni, passati a vivere due vite, entrambe piene e soddisfacenti.

Quando aveva iniziato a progettare di camminare da solo e di nascosto, si era premurato di stilare una serie di  regole affinché tutto filasse liscio e senza intoppi:

1- Mettere le cose in chiaro. Lui non era in cerca di una relazione, ufficiale o clandestina che fosse.
2- Informazioni personali minime. Nome ed età erano più che sufficienti.
3- Mai due volte con la stessa persona. Le ragioni erano racchiuse nella regola n° 1.
4- Evitare volti noti. Il mondo è immenso, pescare nell’oceano ed evitare i laghetti.

Le regole avevano funzionato a lungo e lui era sempre stato bravo a seguirle e a farle seguire, ma il diavolo è nei dettagli.
L’eccessivo distacco che Lorenzo metteva tra lui e l’avventura di turno, gli resero impossibile accorgersi per tempo di quanto il mondo possa diventare eccessivamente piccolo, a volte.

Gloria si era presentata a lui come una turista spagnola qualunque, capitata a Boston quasi per caso ed entrata al Circe’s ancora più fortuitamente.
Bella, luminosa, morbida. Un concentrato di sensualità ed allegria.
Avvalendosi dell’aiuto di Brian, trascinò la ragazza nei bagni del personale e di fronte alla sua riluttanza per la poca intimità del posto, lui spiegò come quello, in realtà, fosse il luogo più sicuro in cui appartarsi, infatti erano utilizzati solo da lui e Brian.
Gloria si lasciò convincere e si concesse a Lorenzo.
Qualche istante più tardi, però, la porta alle sue spalle si spalancò.
Con il viso tirato e gli occhi iniettati di sangue, Katy lo fissava a braccia conserte. Accanto a lei, con un ghigno soddisfatto sul viso, c’era un fantasma del passato: Carlos.
Gloria era la sorella dell’uomo a cui Lorenzo aveva usurpato il posto e se si fosse fermato a pensare un attimo, si sarebbe ricordato delle foto della ragazza che l’ex barman teneva nell’armadietto che Lorenzo stesso aveva svuotato.
Fratello e sorella erano capitati nel locale per puro caso, ma quando lui aveva iniziato a flirtare con lei, dimostrando di non avere la minima idea di chi fosse,  la ragazza aveva pensato di riscattare il fratello per il torto subìto anni prima.
La rapidità con cui tutto precipitò verso il baratro dopo, lasciò Lorenzo totalmente spiazzato.
Il potere di Katy era più che florido e la sua rete di conoscenze si estendeva oltre i confini di Boston, rendendogli  impossibile ricominciare altrove.
Dovette anche rinunciare all’amicizia di Brian, onde evitare di mettere nei guai anche lui.

In un attimo si era ritrovato catapultato fuori dalla propria vita, così come un colpo di tosse nel silenzio della notte lo aveva  portato via al sonno.
Sospirò, prese il cellulare e compose un sms :

Ciao cugino…
Lo so, non mi faccio sentire mai… ma, indovina! Sto tornando a casa…
Comunque, mi serve un po’ di tempo per caricare le pile e, soprattutto, un po’ di tempo per capire cosa dire ai miei… ti spiace se mi piazzo da te?
Giuro di spiegarti tutto… Lor.

Inviò il messaggio ed attese la risposta che giunse pochi minuti più tardi.

Ma non ci credo! Stavo iniziando a pensare che tu fossi frutto di un’immaginazione collettiva… avresti potuto almeno farti sentire da nonno…
Vabbé, per me non ci sono problemi. Fammi sapere se e dove ti devo venire a prendere.
Davide

Vera ©

lunedì 16 dicembre 2013

Il dolce... consolatorio!!!



OLIVELLE DOLCI
(dosi valide per 50 pz.)
Ingredienti:
50 mandorle pelate intere; 250 gr di marzapane; 300 gr di cioccolato bianco; granella di cioccolato al latte q.b.
Preparazione:
Prelevare un po di marzapane alla volta ed appiattirlo con le mani; inserire al centro una mandorla e ricoprirla interamente dando al dolcetto una forma ovale.
Sciogliere a bagnomaria il cioccolato bianco e con l'aiuto di 2 forchette rivestire l'oliva di marzapane e mandorla.
Far solidificare a temperatura ambiente e prima che questa operazione sia del tutto conclusa, decorare con granella di cioccolato al latte.
Servire dentro gli appositi pirottini di carta o confezionare in modo diverso se li si vuole regalare.
Piccole dolcezze da mangiare tra una chiacchiera e l'altra, durante la pausa caffè, nonché semplicissime da fare.
Perfette come pensierino homemade e capaci di consolare all'occorrenza come voi stessi avete visto.. ops letto nell'apposita storia correlata :-)
Un abbraccio e buona nuova settimana, alla prossima con Vera prima, con me dopo.

venerdì 13 dicembre 2013

Mi manchi...tu!!!


La temperatura era calata vertiginosamente nell’ultima settimana.
Nonostante le belle giornate di sole, non si poteva andare in giro senza sciarpa, guanti e cappello ad intrappolare il calore generatosi dai pesanti cappotti.  La sera, poi, il freddo diventata talmente denso da impedire di camminare con scioltezza.
Melania si era accucciata come meglio poteva dentro ai suoi strati di lana, provando a mettere al riparo più pelle possibile. Avanzava  a passo spedito con la sciarpa avvolta fino sopra al naso ed il cappello calato sulle sopracciglia. Le braccia strette sul petto e le mani incastrate sotto le ascelle. Più volte represse l’istinto di scoprire il polso e controllare l’orario. Si era decisa all’ultimo minuto e sperava di fare in tempo.


Melania aveva 32 anni, una laurea in Linguistica, un ex marito, due cani, pochi amici ed una passione: l’amore.
Lei si innamorava, sì e no, almeno due volte al mese.
Da quando aveva divorziato da Alfio, conosciuto al secondo anno di liceo classico, si era prefissata di recuperare tutti e 13 gli anni sprecati solo con lui.
Dopo 9 anni di fidanzamento, 2 di matrimonio, 1 di separazione era finalmente arrivato anche il divorzio.
Appena dopo la laurea, conferita con il massimo dei voti… a cui poteva ambire, 103/110, si era finalmente liberata del peso più opprimente della sua esistenza: il marito.
Alfio le aveva tarpato le ali fin da subito: le aveva impedito di vestire come le pareva, di uscire con gli amici, frequentare persone al di fuori della sua cerchia di conoscenze, andare a ballare… imparare a ballare!, studiare al D.A.M.S. - «Eh, no! Non ti iscriverai in una facoltà frequentata da giovani scapestrati!» - , lavorare in estate, imparare l’inglese, il francese, lo spagnolo!, - «A cosa ti servono quelle lingue? Hai intenzione di emigrare? Pensa a studiare il latino ed il greco, quelle sì che sono lingue che ti serviranno!» -  e la lista continua.
Si era messa con lui perché era carino e gentile e lei, unica figlia femmina in mezzo a quattro fratelli, non era abituata agli uomini gentili.
Suo padre l’abbracciava una volta all’anno, per Natale, i suoi fratelli non la consideravano niente di più di una domestica e la madre sembrava dispiaciuta di non essere riuscita a partorire anche il quinto maschietto.
Alfio, a quei tempi, era la cosa che più si avvicinava ad un principe azzurro. Negli anni, però, si rivelò essere il rospo più grasso e viscido mai esistito.
Quando le chiese di diventare la sua ragazza, era la persona più felice dell’universo.
Quando le chiese di diventare sua moglie, si sentì morire.
Quando le chiese di fare un figlio…
«La sola idea di mettere al mondo un tuo clone e, quindi, legarmi irrimediabilmente a te, alla tua noia, al tuo pessimismo, al tuo giudizio costante, mi fa venire voglia di strapparmi la pelle a mani nude! Un figlio?!? Io voglio il divorzio
E così aveva trovato il coraggio di lasciarlo, di riprendere in mano le redini della propria esistenza e la prima cosa che realizzò fu quella di non aver amato nessuno… nemmeno lui!
Iniziò a guardarsi intorno, a conoscere persone, a dare una possibilità a chiunque.
Belli, brutti, simpatici, noiosi, ricchi, poveri, ambiziosi, nullafacenti, bugiardi, romantici, bastardi, casi umani… ogni uomo era il suo possibile ‘vero amore’.
Li conosceva, ci usciva insieme e quando arrivava il momento del bacio, capiva se si trattava “del” principe azzurro o solo di un altro rospo.
In 3 anni aveva baciato, più o meno, una settantina di rospi. Ogni volta che conosceva un uomo, un possibile interesse amoroso, partiva per la tangente e si buttava con tutta se stessa nella conoscenza.
Aveva sviluppato una certa arte nel capire la tipologia di uomo con cui aveva a che fare, sapeva subito, ad esempio, se era il caso di mostrarsi fragile ed insicura, o forte e determinata. Se apparire vulnerabile, o impenetrabile muraglia. Sapeva, in definitiva, come attirare l’attenzione e catturare l’interesse di chi le stava di fronte.
In 3 anni era diventata una vera maestra dell’accalappiamento, ma appena si arrivava al bacio, rigorosamente da dare, minimo, dopo il quinto appuntamento, tutto sfociava in un nulla di fatto.


«Mela, ma come diavolo fai a stabilire “chi” può essere il tuo uomo, solo da un bacio? Dai, è umanamente impossibile!»
le aveva detto Davide, il solo amico di vecchia data.


Anche lui conosciuto tra i banchi di scuola, e per questo, aveva avuto il benestare di Alfio. 
Davide aveva abbandonato l’università per fare una scuola di cucina e da 6 anni era il proprietario di un ristorante molto rinomato. Lui portava avanti una relazione molto seria con Elena, conosciuta alla scuola di cucina.


«Non è impossibile, mio caro! Ho baciato Alfio per 13 anni… credimi, lo saprò quando mi capiterà l’uomo giusto!»
aveva replicato lei, provandosi un paio di scarpe da tango.


Un altro aspetto peculiare di Melania, infatti, era quello di appassionarsi alle passioni dei suoi interessi amorosi di turno. Se conosceva un ballerino, imparava a ballare; se conosceva un artista, andava a tutte le mostre possibili ed immaginabili; se conosceva un musicista, si cimentava in improbabili lezioni di piano, chitarra, batteria… e così via.


«E se non fosse così? Se tutti i baci, almeno all’inizio, fossero uguali?»
insisté Davide.
Melania sospirò e si voltò a guardarlo.
«Quante donne hai avuto nella vita?»
domandò lei.
«Intendi avventure o storie serie?»
«Non importa… dimmi un numero…»
Davide fece un rapido calcolo mentale e rispose:
«Non so… venti… trenta ragazze…»
Melania sollevò le sopracciglia, sorprendendosi per il successo dell’amico.
«Bene… e tu vuoi farmi credere che queste venti, trenta ragazze, ti  hanno tutte baciato allo stesso modo? Che tutti  i loro baci sono come quelli di Elena?»
«Cielo, no… molte di loro non mi hanno nemmeno baciato… Se capisci cosa intendo…»
«Agh! Sei disgustoso!»
esclamò, lanciandogli un calzino da prova addosso. Lui lo prese al volo e scoppiarono a ridere.
«Seriamente, Mela… » riprese lui «Non capisco come fai a fidarti della prova del bacio…»
«Davide… so quello che faccio. Ho già passato una vita intera con la persona sbagliata, non ho intenzione di sprecare altro tempo…»
«Ed io sono d’accordo con te… ma temo sia sbagliato il metodo…»
La donna sorrise all’amico ed andò a sederglisi accanto.
«La prima volta che Alfio mi ha baciata, mi sono tremate le gambe, lo stomaco mi si è contorto e le orecchie hanno iniziato a fischiare…»
«Ma hai appena detto che Alfio non è l’amore della tua vita»
la interruppe.
«Fammi finire!»
lo sgridò bonariamente, quindi proseguì:
«Ma era il mio primo bacio, capisci? Avrebbe potuto darmelo Gabriele Cinnati, della 1^D…» Davide fece una smorfia «…Ed io avrei avuto le stesse sensazioni…  e forse anche un conato di vomito, dopo… ma quello che voglio dire… è che era il mio primo bacio! Se avessi, non so… prima dato un po’ di baci in giro… magari avrei capito la differenza… ed avrei risposto di no alla sua romantica dichiarazione d’amore…»
Davide sorrise.
«Aspetta… me la ricordo…» si schiarì la gola «Melania, tu sarai la mia ragazza, vuoi?»
concluse, imitando perfettamente il tono flemmatico di Alfio.
A Melania vennero i brividi.
«Ti prego, non farlo mai più!»
E di nuovo risero insieme.


Davide era stato testimone di  tutti i nuovi interessi amorosi di Melania. 
Appena la donna incontrava un uomo, correva da lui e ne tesseva le lodi, spiegandogli perché,  quella volta, sarebbe stato quello giusto.
Lo teneva aggiornato sugli sviluppi, gli raccontava delle cose che avrebbero avuto in comune quando anche lei si sarebbe dedicata agli hobby del probabile principe azzurro di turno.
Puntualmente lo trascinava in giro in cerca del giusto vestito o dei giusti accessori per rendere la serata perfetta, e sempre finiva allo stesso modo: lei che entrava nel suo ristorante con una faccia da funerale.
Per consolarla le portava un dolce alle mandorle pelate intere, rivestite da uno strato di marzapane, coperte con cioccolato bianco e decorate con granella di cioccolato al latte.
Era una ricetta che aveva preso da sua nonna Serena e la preparava solo per Melania, in previsione del disastro dei suoi appuntamenti.  Era la sola cosa in grado di farla sorridere in quei momenti.
Tutto si ripeteva, allo stesso modo, ogni volta. Ma una sera di un anno prima, dopo l’ennesimo flop, il rito venne interrotto.


Fabio, il principe azzurro di turno, aveva fallito il test del bacio e Melania si era fiondata al ristorante di Davide, pronta a consolarsi con una scorpacciata di dolce alle mandorle. Entrò avvicinandosi ad un tavolo vuoto, si lasciò cadere sulla sedia ed attese che qualcuno avvertisse Davide del suo arrivo.
Il locale era semivuoto, prossimo alla chiusura. Si guardò introno, tamburellando con le dita sul tavolo.
«Ed io che speravo di non vederti questa sera…»
La voce di Davide aveva una strana inflessione, ma lei non ci badò molto.
«Ti dirò… ci speravo pure io…»
Lui buttò indietro la testa e sospirò.
«Mela…»
«Davide…»
L’uomo si sedette di fronte a lei con le mani giunte.
«Dimmi, com’è stato il bacio, questa volta?»
«Lo sai com’è stato… altrimenti non sarei qui, ti pare?»
«Ma questo ti piaceva!»
replicò nervosamente. Melania corrugò la fronte, sorpresa dall’indisposizione dell’amico.
«Lo so…»
«Ed allora perché non gli dai un’altra opportunità? Magari il freddo ti ha intirizzito i sensi…»
«No, non è così… so cosa ho provato… o meglio, cosa non ho provato!»
Davide scosse la testa, sbuffando.
«Ma la vuoi smettere con questa storia?»
«Ma che ti prende? Perché non riesci a capire che per me è fondamentale anche solo un bacio?»
«Perché ti sto osservando buttare via la tua vita anno dopo anno. Dici di non voler sprecare tempo, ma è quello che fai ogni santo mese!»
Melania si irrigidì.
«Sei ingiusto…»
«No! Sei tu ingiusta!» urlò «Con quei poveracci, che si illudono di poter avere una storia con te… con me, che mi trascini in questo circo ogni volta… e con te stessa, perché ti costringi a dar retta a chiunque, nel disperato tentativo di darti uno scopo…»
«Davide…»
«No, Mela, mi devi ascoltare!» la bloccò «Non puoi saltare da un uomo all’altro ed aspettarti di riuscire a trovare quello giusto se non gli concedi nemmeno il tempo di conoscerti… ed intendo conoscerti davvero, non fargli credere d'avere di fronte la donna ideale! Con Andrea eri una donna sicura e con la passione per il free climbing ma con Luigi eri insicura e soffrivi di vertigini! Per non parlare della tua innaturale passione per gli squali quando dopo aver visto il film saresti andata a mare munita di bombole di gas solo per accertarti di avere un’arma per “sterminare quei viscidi bastardi”… hai detto così, no?»
Melania rimase a subire le invettive dell’amico senza riuscire a replicare.
«Ma sai che c’è?» proseguì alzandosi dalla sedia «Forse la verità è che ti meriti solo uomini come Alfio…» si alzò anche lei, sconvolta «Anzi, forse ti faceva un favore a stare insieme a te!»
Melania gli sferrò uno schiaffo in pieno viso, interrompendo il fiume di cattiverie che gli stava riversando addosso. Lui parve realizzare solo in quel momento la gravità delle proprie parole. Aprì la bocca per scusarsi, ma lei si affrettò ad uscire dal ristorante e dalla sua vita.  Tagliò i ponti con lui, non rispose alle sue telefonate, ignorò i suoi messaggi, in sostanza,  sparì dalla sua vista. Per un lungo anno, le loro esistenze, camminarono su strade diverse.


Quella sera, però, aveva deciso di riprendersi indietro il suo amico.
Finalmente giunse di fronte al ristorante. Era rimasto chiuso nell’ultima settimana per lutto, la nonna di Davide era venuta a mancare dopo una lunga malattia.
Come l’ultima volta in cui era stata lì, il locale era quasi vuoto,  le persone sedute agli ultimi tavoli si accingevano ad andare via. Prese un gran respiro inalando l’aria ghiacciata ed entrò.
Una cameriera, mai vista prima, la fermò.
«Signora, mi scusi… stiamo chiudendo…»
Melania si tolse il cappello e liberò il viso dalla sciarpa.
«Lasciala entrare…»
intervenne un ragazzo dai capelli rossicci. Lei gli sorrise.
«Fabio…»
«Era da tanto che non ti si vedeva, Mela…»
«Ho avuto un po’ da fare…»
Il giovane annuì e gli indicò un tavolo.
«Te lo vado a chiamare… aspetta lì…»
Melania strinse il cappello tra le mani e si avviò. Si sedette ed attese. Qualche istante più tardi arrivò Davide.
«Mela…»
sussurrò.
Lei sollevò lo sguardo sorridente.
«Hey…»
Le si avvicinò impacciato.
«Come va?»
le domandò.
«Una meraviglia… ho saputo di tua nonna, mi spiace»
Lui annuì e prese posto.
«Stava male da un po’… meglio così…»
«E con Elena?»
«Oh… è finita… un anno fa, per la precisione»
Melania fece un rapido calcolo mentale e realizzò che doveva essere successo proprio la sera in cui lui aveva dato di matto. Spalancò la bocca in seguito all’epifania avuta e lui scrollò le spalle.
«Beh, è successo… tu… come mai… cioè…»
«Come mai sono qui? Beh… pensavo potessi portarmi una porzione di dolce alle mandorle…»
Lui inclinò la testa di lato, confuso.
«Appuntamento andato a male?»
Lei sorrise.
«Niente affatto… è quasi un anno che non frequento nessuno…»
Lui si sorprese.
«Hai presente quello che mi hai detto quella volta?»
«Ho detto tante cose …»
commentò in tono funereo.  Lei continuò:
«Beh… tra le tante, mi hai detto che avrei dovuto dare una possibilità alle persone che avevo di  fronte … così  ho seguito il tuo consiglio. Quella sera stessa, arrivata a casa, ho richiamato Fabio e gli ho dato un’altra possibilità… e poi un’altra ancora… e di nuovo un’altra…»
«Ho capito… ho capito…» la interruppe, agitando un mano in aria «Avevo ragione e lui si è rivelato essere il principe azzurro»
«Cosa?!? No! Affatto! Non avevi ragione per niente e lui è un principe azzurro tanto quanto lo era Alfio!»
Davide spalancò la bocca, interdetto.
«Dopo un mese sprecato appresso a quel mister noia… ho capito! Ricordi l’altra cosa che mi hai detto?»
L’uomo allargò le braccia scuotendo la testa.
«Mi avevi detto che non avrei mai trovato l’uomo giusto se non gli avessi concesso la possibilità di conoscermi davvero! Così ho smesso di interpretare una versione di me e sono stata semplicemente me stessa
«E…»
«E niente… a quanto pare sono troppo complicata o fuori di testa per l’uomo medio…»
«Mela… ha una conclusione sensata questa tua storia?»
«Oh, sì… certo!»
«E sarebbe?»
«Beh… mi sono fermata, capisci? Ho iniziato a pensare e pensare… e pensare! Non ci crederai, ma posso pensare veramente tanto»
«Mela!»
«Sì, scusa… dicevo… ho pensato tanto… ed ho capito! Ho capito che la sola cosa che mi spingeva a lanciarmi in storie impossibili era la paura di trovare, effettivamente un uomo… dopo Alfio avevo il terrore di tornare ad essere solo la fidanzata o la moglie di qualcuno… ed anche il dedicarmi ai loro hobby, non lo facevo per colpirli e conquistarli… credo fosse il mio complicatissimo modo di trovare il coraggio di fare qualcosa… capisci?»
«Più o meno… credo…»
«Non importa! Quello che importa è che ho passato l’ultimo anno libera! Ho trovato le mie passioni, i miei interessi… diavolo, sono la regina di Zumba!»
«Zumba…»
«Sono dannatamente brava! Ma…»
Melania sospirò, e guardò Davide scuotendo la testa.
«Ma?»
la incitò lui.
«Ma mi manchi tu… il mio più caro amico… tutto è fantastico... ma non ci sei tu. La sera torno a casa e mi rendo conto che sei il solo a cui vorrei raccontare della mia giornata… e sei il solo che potrebbe accorgersi dei miei progressi, perché sei il solo a sapere com’ero fatta davvero prima… e… basta… mi manchi!»
Davide allungò le mani sul tavolo  e prese quelle di lei.
«Anche tu mi sei mancata… tanto…»
«Mi porterai  quel dolce, adesso?»
«Sei tornata solo per quello, dì la verità…»
«Sono la regina della Zumba… ho bisogno di grassi da bruciare!»
Scoppiarono a ridere ed il tempo sembrò tornare indietro… o non essere mai passato.


Vera ©

lunedì 9 dicembre 2013

La ricetta... giusta!!!


LIQUORE AL CIOCCOLATO
(dosi valide per 750 ml)
Ingredienti:
100 gr di cioccolato fondente; 3 dl d'acqua; 400 gr di zucchero semolato; 2 dl d'alcool etilico; un baccello di vaniglia del Madagascar.
Preparazione:
Tritare finemente il cioccolato, riunitelo in una casseruola con un dl d'acqua e fatelo sciogliere  a bagnomaria.
Fuori dal fuoco unire lo zucchero, mescolate con un cucchiaio e spostate la casseruola direttamente sulla fiamma bassissima girando continuamente sino a quando lo zucchero non si sarà sciolto.
Aggiungere altri 2 dl d'acqua tiepida e cuocere lo sciroppo ancora per 3/4 minuti.
Incidere il baccello di vaniglia nel senso della lunghezza, prelevate i semini con la punta di un coltellino ed uniteli allo sciroppo di cioccolato, mescolate.
Mettere anche l'alcool ed amalgamate bene il tutto.
Travasare in un contenitore  a chiusura ermetica e lasciate raffreddare.
Filtrare per eliminare i semi di vaniglia *(operazione omessa).
Versare in una o più bottiglie da liquore.
Servire il giorno dopo.
Tempo di Natale, tempo di regalini homemade; con i prodotti adatti è anche gluten free, inoltre è senza uova e senza latte, ottimo quindi un po' per tutti.
Attenzione perché è molto forte, va centellinato per bene.
La ricetta è tratta da un vecchio nr. di CM Oro.
Mie considerazioni: può essere bevuto sia freddo che a temperatura ambiente, purché venga sempre ben agitato prima d'essere versato nel bicchiere.
La ricetta giusta... ovvero quella trovata sul foglietto volante di Angelo e Serena... *-*!!!
Chi ha letto la bellissima storia capirà il riferimento.
Un abbraccio a tutti, buona nuova settimana e ci vediamo presto anche con la grande Vera.
Debora

sabato 7 dicembre 2013

Angelo... e Serena!!!

Angelo salutò Roberto, il suo primogenito, ed entrò in casa, smettendo il sorriso tirato che aveva esibito nelle ultime quattro ore. Lo fece svanire insieme al sospiro stanco che tirò, appoggiandosi contro il legno scuro della vecchia porta. Chiuse gli occhi e si portò le mani tremanti sul viso, schiacciando i palmi sulle palpebre, nel vano tentativo di reprimere il pianto.
Si trascinò in cucina mentre mille silenziose lacrime riempivano i letti di fiume che erano le rughe sul suo viso. L’ultimo raggio di sole del giorno più brutto della sua vita gettò la sua aura dorata sulla vecchia credenza, accarezzando le 62 bottiglie contenenti un liquido denso e scuro, disposte in una fila ordinata, in ordine cronologico.
L’anziano le guardò ed un senso di disperazione gli avviluppò il petto, togliendogli il respiro. Sentì le gambe diventare molli e si affrettò a trovare posto sulla sedia. Batté i pugni sul tavolo e grugnì un urlo soffocato.
Le ultime parole di Serena, sua moglie, gli tornarono in mente: «Riprovaci anche quest’anno, per favore».
Così gli aveva detto dal suo letto d’ospedale, un attimo prima di chiudere gli occhi per dormire il suo ultimo sonno. Nessuno nella stanza ne aveva capito il senso, ma lui sì.

Angelo e Serena erano nati in ambienti diversi, da famiglie differenti, 83 anni prima.
Lui, figlio di un contadino del nord ed una massaia del sud.
Lei, rampolla di una facoltosa famiglia di avvocati.
Il loro destino, apparentemente, correva su linee parallele, tendenti all’infinito, ma nel settembre del 1939, il destino si scontrò con la guerra, e la sorte di molti venne riscritta.
Le classi sociali furono bombardate. A quei tempi non c’erano più medici, avvocati o contadini, ma solo persone.
La vita di Angelo entrò in collisione con quella di Serena nel dicembre del 1942. Entrambi avevano 20 anni, entrambi avevano perso tutti, tutto.
Lui la trovò rannicchiata tra le macerie di un vecchio palazzo. Stava raggomitolata sotto una sottile coltre di neve, la prima di quell’inverno.
Serena aveva visto morire tutta la sua famiglia ed aveva deciso che sarebbe morta anche lei, addormentandosi in quella che una volta era stata la sua stanza.
Angelo aveva notato il fagotto di coperte che tremava sotto quella spolverata di neve.
Erano tempi duri ed ognuno pensava per sé, ma lui non si era abituato a guardare oltre. Le si avvicinò lesto.

«Hey… tu… che fai? Stai bene?»
chiese preoccupato. Serena non rispose, Angelo la toccò cauto.
«Ohi, parlo con te! Se stai qua muori! Vieni con me, ce l’ho io un posto per farti dormire… vieni…»
Di nuovo lei non rispose e non accennò a muoversi.
«E va bene… vuol dire che mi siedo qui con te e me muoro di freddo pure io»
Si accucciò accanto a lei, stringendosi le ginocchia al petto ed attese.
La neve iniziò a scendere più densa, fazzoletti bianchi danzavano sinuosi, coprendo e cancellando quanto di distrutto e sporco c’era intorno. Angelo osservò incantato lo spettacolo, noncurante del freddo che gli stava congelando il sangue. Quando Serena gli vide le labbra diventare blu, finalmente si alzò, sbuffando.
«Per fortuna! Stavo diventando un pupazzo di neve!»
esclamò lui, tirandosi su tremante. Le sorrise e le fece cenno di seguirla. Camminò più veloce che gli riuscì e condusse la ragazza in una vecchia chiesa, vicino alla piazza. Bussò alla porta di ferro e spiegò:
«Quando ma’ e pa’ sono morti, l’anno scorso, Don Alfonso mi ha preso qui. Mi ha dato da mangiare e da dormire… io lo aiuto durante il giorno a tenere pulito e faccio il chierichetto alla domenica, lui mi insegna a leggere e scrivere… è bravo Don Alfonso!»
Qualche istante dopo venne ad aprire un uomo anziano, con la gobba e gli occhi lattiginosi.
«Oh, Angelino! E dove sei stato?»
gracchiò il vecchio, aguzzando la vista.
«Don Alfonso, ho trovato una che se la dormiva sul vecchio palazzo centrale…»
E si scostò per far vedere la ragazza avvolta nelle coperte, alle sue spalle. L’anziano prete vide solo una sagoma scura ed annuì.
«Entrate ora… Elsa ha fatto un po’ di brodo caldo, venite!»
Si fece da parte e li invitò ad entrare.
«Elsa è una santa donna, sai?» disse a Serena «Non è come la mia ma’, ma è tanto cara…»
Serena lo seguì silenziosa.
Don Alfonso li condusse nelle cucine dove una donna corpulenta versava un liquido fumante in vecchie ciotole di terracotta. Gli occhi neri della donna, incastonati nel viso paffuto, si posarono sulla giovane.
«Angelino! E chi hai trovato?»
esclamò la donna, poggiandosi le mani sui fianchi.
«Elsa, è una che le piace di dormire sotto la neve!»
rispose, addentando una pagnotta.
«Ma che sciocchezze dici?»
ridacchiò Elsa.
«Te lo giuro! Non parla nemmeno tanto… forse è rotta…»
«Angelino!»
lo sgridò il prete. Ma Serena non parlò, si sedette su una sedia e mangiò il suo brodo caldo.

Quello fu il primo giorno di una nuova vita per entrambi.
Per tutta la prima settimana, lui non fece che parlare a lei e per lei. Ogni tanto Elsa gli diceva di star zitto e lui rispondeva: «Oh, Elsina mia… devo parlare per due persone o il Signore penserà che c’è una persona in meno su questo mondo!».
La vigilia dell’Immacolata, però, Serena si decise a parlare.

Angelo stava facendo uno dei suoi monologhi, parlando di tutto e di niente.
«Sai… una volta la mia ma’ ha lavorato al palazzo dove t’ho trovata… e proprio una volta, come questo periodo, la Signora della casa le ha regalato una cioccolata… mi ricordo che pa’ ne mangiò un pezzo grande così» pose i due indici ad una distanza di qualche centimetro tra di loro «Io un pezzo più piccolo, perché se no mi faceva male la pancia… ma era la cosa più buona del mondo! Tu l’hai mai mangiata?»
Le lanciò un’occhiata, inclinando la testa di lato e rispose per lei «Sì, hai la faccia di una che l’ha mangiata»
«E che faccia hanno quelli che l’hanno mangiata?»
domandò all’improvviso, interrompendo il suo soliloquio.
Ad Angelo piaceva tanto la musica e quando sentì per la prima volta la voce di Serena, pensò che fosse come la musica più bella che avesse mai sentito, sebbene conoscesse solo quella che veniva fuori dall’organo della chiesa. La fissò a bocca aperta, senza riuscire a rispondere.
«Adesso ti sei rotto tu?»
lo stuzzicò lei, ridendo.
«Ah… Aehm… io… no… parlo…»
farfugliò lui.
«Allora dimmi, che faccia hanno quelli che mangiano la cioccolata?»
ripeté lei. Lui scosse la testa e rispose:
«Hanno la faccia beata… perché hanno mangiato il cibo del paradiso…»
Serena sorrise e da quel giorno non smise più di parlare con lui.

Quando la guerra finì i due si sposarono. Don Alfonso officiò la messa ed Elsa preparò il pranzo di nozze. Due anni dopo, nel 1947, il vecchio prete morì ed Elsa lo seguì dopo appena un anno. Erano rimasti soli ed il mondo stava tornando a girare tranquillo. Lui trovò un lavoro al mulino e lei riuscì a prendere l’abilitazione per fare la maestra.
Nel dicembre del 1950, Serena aveva una bella notizia da dare ad Angelo e decise di accompagnarla con un regalo.

L’uomo tornò a casa da lavoro come ogni sera, sfregandosi le mani per il freddo.
«Serenella mia!  Sono a casa!»
urlò togliendosi il cappotto. Nessuno rispose.
«Serenella?»
chiamò di nuovo. Ancora silenzio.
Si avviò verso la cucina e la trovò in piedi, intenta a fissare fuori dalla finestra.
«Serenella…» ripeté, avvicinandosi preoccupato «Amore mio, stai bene?»
lei si voltò e gli sorrise.
«Sto bene Angelino mio… ti devo dire una cosa, però…»
Lui si fece serio e si sedette su una sedia. Lei gli si avvicinò, sedendoglisi di fronte.
«Sai che giorno è oggi?»
Lui lanciò una rapida occhiata al calendario.
«È il 7 di dicembre… »
rispose titubante.
«No… è l’anniversario…»
lo corresse lei.
«Che anniversario?»
«Il nostro… della prima volta che ti ho parlato… tu  non hai mai saputo perché l’ho fatto, vero?»
Lui scosse la testa.
«Pensavo che non ce la facevi più a sentire solo me…»
Serena rise e gli prese la mano.
«Hai detto che la tua mamma lavorava al palazzo dove mi avevi  trovata … e che la Signora della casa le aveva regalato la cioccolata…»
Angelo annuì confuso, lei proseguì:
«Quella Signora era mia madre… ed io conoscevo la tua mamma, ed era la donna più buona del mondo…»
Lui iniziò a piangere.
«Mi raccontava sempre della sua famiglia, del suo bambino… e mi diceva quanto eri speciale…»
Anche Serena iniziò a piangere.
«Quando ho capito che eri tu, Angelo… ho capito che ti aveva mandato lei da me, quella volta… ho capito che la mia mamma e la tua ci avevano fatti incontrare…»
«Ma perché me lo dici ora?»
domandò lui, sorridente.
«Perché anche io sto per diventare una mamma… e perché mi è capitato questo tra le mani oggi…»
Serena tirò fuori dalla tasca del grembiule da cucina che indossava una boccetta contenente un liquido denso e scuro. Angelo la prese in mano e la studiò.
«Cos’è?»
«Un liquore… al cioccolato… per festeggiare»
«Per festeggiare cosa?»
«Non hai sentito, stupido? Sto per diventare una mamma…»
Gli occhi dell’uomo si spalancarono insieme alla bocca, in un urlo muto di gioia.

Decisero di festeggiare ogni anno allo stesso modo, nello stesso giorno. Ma l’anno successivo Serena non riuscì a trovare lo stesso liquore, Angelo scrollò le spalle dicendo:
«E ce lo prepariamo da noi! Abbiamo la boccetta, leggiamo cosa serve e facciamolo!»
Iniziarono così, ogni anno, a provare a riprodurlo.
Serena annotava su un vecchio quaderno come lo preparavano di anno in anno, per capire cosa fare e cosa no. E per 62 anni accumularono bottiglie di liquore al cioccolato, sperando di poter, un giorno, riuscire a riprodurre lo stesso sapore.

Ed ora Angelo sedeva in cucina, da solo. Era tornato dal cimitero, dove aveva seppellito la sua Serenella.
Il giorno dopo sarebbe stato il 7 di dicembre, il loro anniversario speciale… e lei non c’era più.
Si alzò e prese il quaderno su cui c’erano scritte 62 ricette diverse e sfogliò le pagine, ricordando cosa aveva vissuto ogni anno, insieme all’amore della sua vita. Un foglietto scivolò da una pagina e si chinò per raccoglierlo. Era un biglietto scritto da Serena ed era indirizzato a lui:

“Angelino mio,
se stai leggendo questo foglio è perché io non sono più con te… ed allora ti devo confessare un segreto: ogni anno che ci siamo messi  a preparare  il nostro liquore, ho sempre sottratto un ingrediente o cambiato qualcosa nel processo. Non t’arrabbiare, amore mio, io l’ho fatto perché ho pensato  che io e te non abbiamo mai avuto un anno uguale all’altro, e allora perché dargli lo stesso sapore?
Di seguito ti scrivo gli ingredienti veri, quelli giusti… così, se vorrai, potrai risentire il sapore di quell’anno, quando ti ho confessato delle nostre mamme,  quando è arrivato Robertino, quando hai  lavorato duramente per comprare una casa più grande, quando ti ho insegnato a ballare il valzer.
Angelino mio, hai 62 anni di sapori chiusi in delle bottiglie… hai 62 anni di vita insieme da poter assaggiare quando ti senti solo, 62 anni di esperienze che ti torneranno nella mente e nel cuore…
io, intanto, ti aspetto di qua.
Tua, Serenella”

Angelo si portò il foglio alla bocca e lo baciò, piangendo e ridendo insieme.

Vera ©

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